Non riesco a non pensare a quel bimbo di Napoli che non potrà avere una seconda possibilità: troppo usurato il suo corpo per un nuovo trapianto dopo il primo gravissimo errore. Troppo prezioso quel cuoricino che potrà essere trapiantato su un altro bambino con maggiori possibilità di successo.
E ripenso a me giovane mamma e al mio Nico a cui, appena nato, fu prospettato il trapianto di cuore poi sostituito da un intervento pionieristico a Montecarlo quando ancora non aveva due anni, l'età di Domenico. Ripercorro la storia di Nico e lo vedo piccolissimo, bello e roseo diventare cianotico in poche ore. Lo vedo ricevere per due volte l'estrema unzione. Ricordo i volti preoccupati delle decine di medici che cercavano di capire quale fosse il suo problema. Il pensiero mi riporta ai tanti reparti di cardiochirurgia dove abbiamo soggiornato: Massa, Roma, Parma, Montecarlo, Pisa. Nico ha subito tre interventi a cuore aperto ed è per la nostra famiglia la gioia più grande.
"Prima del grosso intervento,
così lo chiamavamo a casa nostra, dovevamo evitare che corresse troppo, che si
affaticasse, che non salisse sullo scivolo… Un’impresa quasi impossibile
ma dovevamo farcela e ce la facemmo. Ogni minimo sforzo si traduceva in Nico in
un aumento del colore cianotico delle labbra e delle estremità dei piedi e
delle mani. Quello era il nostro campanello di allarme.
Arrivato quasi a due anni e raggiunto il peso ottimale
Nico era pronto per il grosso intervento
che fu fatto a Montecarlo perché nessun ospedale italiano all’epoca lo faceva. Non
fu semplice riuscire ad avere il placet prima dell’Ospedale Apuano di Massa che
lo aveva in cura e poi della Regione Toscana. Si trattava di un intervento a
cuore aperto e ad altissimo rischio, non tutti i cardiochirurghi interpellati
allora (i migliori del tempo) erano d’accordo su questa procedura, altri, come
l’allora famoso Marcelletti, avrebbero optato per un trapianto di cuore. Capuani,
il nostro Athos, invece era convintissimo che per Nicolò servisse proprio quel
tipo di intervento data anche la morfologia del suo apparato
cardiocircolatorio.
Furono mesi di intensi incontri e scontri tra medici per decidere il
futuro di mio figlio e fu faticoso predisporre un percorso che prevedesse che
un tale intervento potesse essere praticato solo nell’ospedale cardiotoracico
di Montecarlo. Era quella la condizione necessaria affinché la Regione Toscana
ci desse il suo placet e ci consentisse di avere lo stesso trattamento che
avremmo avuto in un ospedale italiano. Non smetterò mai di ringraziare il
servizio pubblico sanitario che ci ha permesso di scegliere il meglio per
nostro figlio. Se Nico fosse nato altrove, in un altro Stato, forse non avrebbe
avuto l’opportunità di salvarsi."
#siamotuttilegati

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